22/04/2024
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La Ue pianifica la rete elettrica del 2030

In occasione del Consiglio informale dell’Energia, svoltosi a Bruxelles la scorsa settimana, la presidenza belga del Consiglio dell’Ue e il vicepresidente della Commissione europea responsabile per il Green Deal, Maroš Šefčovič, hanno esortato i ministri dei 27 Paesi membri a dialogare sull’esigenza di una rete elettrica europea più coordinata e integrata, sulle misure finanziarie e di riduzione del rischio degli investimenti transfrontalieri nelle infrastrutture elettriche e sulle attività volte a garantire la resilienza della rete.

La situazione di partenza

Dai numeri analizzati durante l’incontro, è emerso che il 40% degli impianti e dei corridoi per il trasporto d’energia in Ue hanno già più di 40 anni, che è necessario raddoppiare l’infrastruttura di trasmissione transfrontaliera esistente entro il 2030 e che tale aggiornamento richiede quasi 600 miliardi di euro di investimenti. Ma l’orizzonte finale da tenere a mente è quello del 2050, entro il quale Bruxelles vuole arrivare alla neutralità energetica, obiettivo che può essere raggiunto solo trasportando tre volte l’energia che muoviamo oggi.

L’infrastruttura della rete elettrica, infatti, è il principale driver della transizione energetica, fondamentale per garantire l’accesso ad importanti volumi di elettricità a basso costo per le industrie e i cittadini europei. Inoltre, secondo la Commissione europea, ai 64 GigaWatt di capacità supplementare da installare sulla rete transfrontaliera entro il 2030, sarà necessario aggiungere un’ulteriore capacità di 24 GW entro il 2040, per tenere il passo con i cambiamenti nella domanda e nell’offerta di elettricità.

La questione dei fondi

Il problema principale, al momento, è che i finanziamenti non sono sufficienti. Bisogna infatti reperire 584 miliardi complessivi di investimenti nelle infrastrutture elettriche utilizzando programmi finanziari già presenti, come il Connecting Europe Facility (Cef) e il budget comunitario, ma anche nuovi strumenti, tra cui meccanismi innovativi di finanziamento e strumenti di derisking.

L’altro nodo da sciogliere riguarda la realizzazione effettiva della rete. Con Šefčovič i ministri hanno discusso della necessità di migliorare la velocità di concessione delle autorizzazioni e aumentare la portata delle catene di approvvigionamento attraverso la standardizzazione. L’idea di massima è che una politica allineata tra i 27 potrebbe accelerare i tempi della transizione, riducendo l’eccessiva durata dei processi nazionali di concessione delle autorizzazioni.

Il contributo della Carta solare europea

A migliorare un po’ la situazione è arrivata la firma da parte della Commissione europea, di 23 Paesi membri, tra cui l’Italia, e di rappresentanti dell’industria, della Carta solare europea, che definisce una serie di azioni volontarie da intraprendere per sostenere il settore fotovoltaico dell’Ue. I firmatari si impegnano a favorire la competitività dell’industria manifatturiera europea del fotovoltaico e a promuovere la creazione di un mercato per prodotti di alta qualità che soddisfino elevati criteri di sostenibilità e resilienza, nel pieno rispetto degli obiettivi climatici ed energetici dell’Ue. Il documento delinea, quindi, una serie di elementi che possono contribuire a questo scopo, tra cui la rapida attuazione delle disposizioni pertinenti della legge sull’industria a zero emissioni sull’uso di criteri non di prezzo nelle aste per le energie rinnovabili, negli appalti pubblici o in altri regimi di sostegno pertinenti.

Attualmente la fonte di energia rinnovabile in più rapida crescita nell’Ue (il fotovoltaico) ha permesso di risparmiare nel biennio 2022-23 l’equivalente di 15 miliardi di metri cubi di importazioni di gas russo. Ma lo spauracchio è quello di rimpiazzare la dipendenza dal Cremlino con quella da Pechino, principale produttore mondiale di pannelli solari. Ad oggi, infatti, solo il 3% dei pannelli solari utilizzati nell’Ue sono stati sviluppati nei Paesi membri.

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