03/12/2014
Servizi a Rete

La Russia rinuncia al South Stream

Come un fulmine a ciel sereno, il presidente Vladimir Putin decide di bloccare la realizzazione del gasdotto South Stream, destinato a trasportare il gas russo sui mercati europei aggirando il problematico transito attraverso il territorio ucraino.
Il blocco di South Stream era in realtà già nell’aria. Si poteva intuire dalle dichiarazioni di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, compagnia promotrice del gasdotto insieme alla russa Gazprom già dal lontano 2006, e dalle parole del Ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi. Soltanto qualche giorno fa, quest’ultima aveva sottolineato che South Stream non era più così strategico per il governo italiano.

La fine di questo gasdotto potrà contribuire a ridefinire gli equilibri energetici nel continente eurasiatico, spostando, in particolare, l’ago della bilancia verso la Turchia, tassello cruciale non solo per il transito della Trans-Anatolian Pipeline (Tanap) e la realizzazione del Corridoio Sud, ma anche mercato di riferimento per le future, addizionali, produzioni di gas russo.

Salute precaria delle casse russe

L’annuncio di Putin suona perentorio, così come le critiche da lui mosse all’Ue per il fallimento del progetto. Tuttavia, le ragioni del naufragio del gasdotto di Gazprom sono molteplici e non tutte legate all’atteggiamento di Bruxelles nei confronti dell’iniziativa russa.
Certamente, la Commissione ci ha messo del suo. L’ostruzionismo europeo, arroccato sulle posizioni dettate dal Terzo pacchetto energia, si è inasprito ulteriormente in seguito al deteriorarsi delle relazioni con Mosca per il prosieguo delle ostilità in Ucraina. Lo sviluppo del gasdotto è diventato particolarmente complesso da un punto di vista politico e legale.

A ciò, vanno aggiunte sostanziali motivazioni di natura finanziaria ed economica, che rendono attualmente insostenibile la realizzazione del progetto. In primo luogo, lo stato di salute delle casse della Federazione russa, fortemente colpite dall’impatto congiunto delle sanzioni internazionali e del crollo dei prezzi del greggio.
Con un rublo in caduta libera, e le progressive difficoltà ad accedere al mercato del credito internazionale, il Cremlino si è trovato obbligato a rivedere alcune voci di spesa, facendo di South Stream uno dei suoi primi tagli. I consumi stentano a riprendersi e in un contesto di conflittualità con l’Ue, non giustificano gli ingenti investimenti necessari a realizzare la conduttura.

 

Roma guarda verso la Tap

Dal canto suo, l’Italia aveva investito parecchio capitale, politico e industriale, nella realizzazione del gasdotto. Lanciato da un’iniziativa del governo Prodi nel 2006, per quasi un decennio South Stream ha rappresentato l’emblema della duplice special relationship tra Roma e Mosca e tra Eni e Gazprom.
Relazione privilegiata, difesa a spada tratta dal nostro governo fino a qualche settimana fa, quando le aperture nei confronti di Mosca avanzate dall’ex Ministro degli esteri Federica Mogherini, erano costate all’attuale Alto rappresentante della politica estera europea molteplici critiche di eccessiva vicinanza al Cremlino.
La posizione italiana è cambiata in fretta, forse più per le nuove esigenze industriali di Eni, che per una radicale cambiamento della visione del nostro governo. Come sottolineato da Descalzi in audizione alla Commissione industria e bilancio del Senato, il gigante energetico italiano non sarebbe stato disposto a investire più dei 600 milioni di euro già stanziati per la realizzazione del progetto, a conferma di un radicale cambio di strategie avviato dalla nuova dirigenza di Eni.
In questo nuovo scenario, il tentativo italiano di ridurre la dipendenza dal gas russo (e dal transito per il territorio ucraino) passa, pertanto, dalla realizzazione del Corridoio Sud, e in particolare dall’approdo del gas dell’Azerbaijan in Italia attraverso la Trans-Adriatic Pipeline (Tap).
Sebbene il destino del gasdotto transadriatico non sia ancora del tutto certo (proprio il 3 dicembre si è riunita la Conferenza dei Servizi per discuterne gli ultimi dettagli), l’affossamento di South Stream rende Tap ancor più fondamentale per la sicurezza energetica nazionale.

 

Turchia, strategico pivot energetico

Fondamentale, nel quadro geostrategico, sarà anche il ruolo della Turchia. Al momento di decretare la fine di South Stream, infatti, Putin ha annunciato anche la realizzazione di una conduttura che andrà ad assicurare ulteriori 63 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas russo – esattamente la capacità prevista per South Stream – per i crescenti consumi proveniente dal mercato turco.
Sebbene la proposta di Putin possa sembrare, per ora, una mossa per gratificare il collega turco e allarmare ulteriormente i vicini europei, un simile sviluppo potrebbe avere un forte impatto sulla sicurezza energetica europea.
Da un lato contribuirebbe a rafforzare la politica di Mosca di diversificazione dei mercati, dall’altro, e forse è ancora più preoccupante, assicurerebbe al Cremlino grande influenza – e un sostanziale potenziale di ricatto – su Ankara. Il cui territorio turco rappresenta l’elemento chiave di tutta la strategia europea di diversificazione attraverso il Corridoio Sud.
La Turchia, teoricamente, non ha alcun interesse ad accrescere la propria dipendenza dal gas russo, che già contribuisce a quasi il 60% dei consumi nazionali. Tuttavia, di fronte alla rapida crescita dei consumi energetici e a possibili condizioni di favore concesse da Gazprom, potrebbe privilegiare i propri interessi nazionali di breve periodo e tergiversare sulla già complessa realizzazione della Tanap e di tutto il Corridoio Sud.

Proprio come accadde due anni orsono con Nabucco, sperando che – per la sicurezza energetica europea – la storia non si ripeta. –

Fonte: AffarInternazionali

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